LECCE E DINTORNI

In bici tra i boschi, la macchia e gli orti

Settanta chilometri di bellezza, tutta rigorosamente “leccese” fra i boschi, la macchia mediterranea e i verdi orti. L’itinerario attraversa l’intero territorio del Comune della città capoluogo, toccando alcuni piccoli gioielli della natura ma anche della storia, in cui si respira l’autenticità del Salento. È un percorso gravel con lunghi tratti sterrati che si presta per questo ad essere pedalato anche in mountain bike.

Si parte da Lecce, da piazza Sat’Oronzo dirigendosi in periferia, imboccando in  via Fogazzaro (km 3,2) una pista ciclabile lunga un chilometro e mezzo su una strada che non ne avrebbe avuto bisogno perché a bassa intensità di traffico. Con i quartieri nuovi alle spalle, ci si affaccia sulla campagna leccese dove i segni dell’abbandono prevalgono e spesso si mescolano con qualche rifiuto di troppo.

Al rondò si gira a sinistra su uno sterrato per raggiungere via Rocco Scotellaro, svoltare a destra e superare la tangenziale attraverso un cavalcavia. Si percorrono poco più di quattro chilometri e mezzo fino a incrociare via Roggerone. Si svolta a sinistra, facendo attenzione al traffico, e dopo aver superato Masseria La Lizza (km 7,9), una bella struttura risalente al 1600 parzialmente trasformata in agriturismo, si gira a destra imboccando uno sterrato.

E qui inizia il bello della campagna leccese: si imbocca una stradina che dapprima attraversa piccoli uliveti che progressivamente lasciano il passo ai lecci e alla vegetazione di macchia mediterranea. Quando si svolta a sinistra, i cespugli hanno ormai preso il sopravvento, quasi volessero fare spazio a sua maestà il Pagliarone (km 9,1), un piccolo capolavoro dell’architettura rurale salentina. Alto più di cinque metri, a forma conica, si può scalare dall’esterno seguendo le pietre sapientemente incastrate come gradini che fuoriescono dalla costruzione. E una volta su la vista spazia su una distesa di macchia mediterranea, in autunno punteggiata dal rosso dei corbezzoli. Poco più in là spicca il bosco della Lizza.

Non si va avanti, ma si torna indietro per riprendere poi la strada in direzione del mare, un sentiero di quattro chilometri che diventa presto sterrato e che in alcuni tratti si presenta pietroso. Quando compaiono le prime case isolate, si è vicini alla litoranea fra Frigole e San Cataldo, che si attraversa quasi all’altezza della Scuola Truppe Corazzate, costeggiando l’imponente Masseria Lamia (km 15,8). Si costeggia l’area del Poligono di tiro utilizzato per esercitazioni anche con carri armati, un’area militare che ora rischia lo stop in seguito a una sentenza del Tar. I vincoli qui hanno precluso l’area alla frequentazione civile ma nello stesso tempo hanno consentito di mantenere selvaggio il paesaggio.

E infatti, mentre ci si avvicina al mare, lungo i sentieri che si aprono nella zona paludosa in primavera spiccano specie vegetali particolari come le rare orchidee selvatiche. Quando il mare fa la sua comparsa, a fare da guardiano ci pensa Torre Veneri (km 17,6), una delle fortezze che fanno parte del sistema difensivo progettato nel XVI secolo per far fronte alle incursioni dei saraceni. Mestamente, più di altre, la torre si sta letteralmente sbriciolando, ma le sue pietre continuano a trasudare storia.

Si pedala quasi nella sabbia paralleli al mare mentre davanti si staglia la ciminiera dell’idrovora, l’impianto che, insieme alla rete di canali, servì per drenare le acque strappando terre al pantano delle paludi, in un’opera colossale di bonifica iniziata nella seconda metà dell’Ottocento e poi portata a termine dal regime di Mussolini. E infatti poco più in là si imbocca la rete delle strade che la Riforma fondiaria costruì, facendo tappa a Frigole (km 21,2), piccolo borgo a due passi dal mare ma che conserva la sua anima contadina. Come d’altronde risulta evidente proseguendo a pedalare fra i poderi coltivati. È un lungo rettilineo, di circa quattro chilometri, su cui si affacciano le aziende agricole della zona fino a Borgo Grappa e Casa Simini (km 25,6).

Ancora qualche pedalata e riappare il mare a Torre Chianca (km 27,8). Non è proprio il caso di entrare nell’abitato, un groviglio di seconde case cresciuto sul filo dell’abusivismo che ha letteralmente fagocitato la fascia costiera. Meglio dirigersi verso la zona dei lidi e superarla per scoprire una piccola perla del litorale leccese: il Bacino e la Foce del fiume Idume (km 28,4). La sua acqua cristallina si tinge delle sfumature verdi della vegetazione e, tra i canali attraversati da ponticelli di legno, si dirige verso il mare creando delle sinuose anse sulla spiaggia decorata da cespugli di giunco. Qui sembrano risuonare le leggende che legano alla storia di Lecce le acque dell’Idume, considerate sacre e care alle fate. Il bacino è artificiale, frutto del lavoro per la bonifica della costa, ma oramai può dirsi a tutti gli effetti naturalizzato, anche se è parzialmente assediato dalle seconde case. La foce del fiume, con la sua portata di mille litri al secondo, in estate è luogo privilegiato dai bagnanti che apprezzano le sue acque, sempre fresche e trasparenti.

Fra i canneti di palude e qualche ciuffo di rossa salicornia, si lascia la costa e, dopo aver attraversato la litoranea si imbocca un bel sentiero sterrato che attraversa la campagna e apre le porte al Parco di Rauccio (km 30,6). Quando si varca la soglia delimitata da un muretto a secco, si apre un altro mondo: è un bosco di lecci, fitto proprio come una volta era l’intera fascia di territorio fra Brindisi e Lecce. I sentieri più battuti indicano la strada nel sottobosco e conducono fino a una “pagghiara”; da qui un sentiero più stretto conduce a un capanno di osservazione davanti al quale si apre una singolare radura: è uno specchio d’acqua, sia pur ricoperto di canne. Il bosco, grande quasi 30 ettari, è custode di pagine di storia del Salento ma anche di specie rare come l’orchidea palustre. Intorno è la palude di Specchia della Milogna a prendere il sopravvento mentre poco più in là sorge la Masseria di Rauccio (km 33,3), sede del Centro di Educazione Ambientale del Wwf.

Si esce dall’area del parco attraversando orti e uliveti finché non si incrocia la via Francigena del Salento (km 35,7), annunciata dalle frecce gialle segnate a terra. Da qui ci si inoltra nell’entroterra su un single track davvero speciale che per oltre tre chilometri taglia macchia mediterranea e lecceti, fin quando si apre un grande spiazzo e compare l’Abbazia di Cerrate (km 39,3). È un viaggio nel Salento bizantino l’incontro con questo scrigno di storia del Mezzogiorno, uno splendido esempio di architettura romanica pugliese, voluto dal normanno Boemondo d’Altavilla. Quando si varca il portale d’ingresso, l’armonia del cortile lascia immaginare la laboriosità che albergava in questo luogo, ideale per ispirare preghiera e meditazione, in cui trovarono riparo i monaci sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste di Bisanzio. È la chiesa, oggi riaperta al culto dopo anni di abbandono, a riservare le maggiori sorprese con i suoi affreschi bizantini del XII e XIII secolo. Dal 2012 l’abbazia è gestita dal Fai che ne ha fatto uno dei luoghi di punta dell’associazione nel Mezzogiorno d’Italia.

Si procede ancora verso nord per toccare quasi Casalabate e il confine del Comune di Lecce, tornando indietro quando finisce lo sterrato. Ed ecco Masseria Provenzani (km 43,1), casale del Seiecento diventato agriturismo, con accanto una bella torre colombaia. Da qui inizia il ritorno verso la città, lungo la strada asfaltata ma a bassa intensità di traffico. Si attraversa la via per Squinzano e poco più avanti si costeggia Tenuta Monacelli (km 45,3), una bella masseria fortificata del Seiecento, con al suo interno un bellissimo frantoio ipogeo, oggi trasformato in sala cerimonie per la struttura agrituristica.

Si torna a costeggiare il parco di Rauccio (km 48,1), poi si svolta sinistra in direzione Torre Chianca, su uno sterrato di oltre due chilometri che attraversa un bel pezzo di campagna incolta. È la macchia mediterranea a ritornare protagonista del paesaggio dopo aver superato il Villaggio Gelsi. E così si va avanti per un bel po’ finché non compare in località Giammatteo (km 57) un edificio rurale dell’Opera Nazionale Combattenti, che con il suo profilo lineare ricorda i tempi della bonifica, quando questa era la terra del riscatto possibile. I profumi fragranti del pane caldo (e spesso delle “pittule”) catturano l’attenzione: un forno qui è sempre attivo e pronto a soddisfare gli appetiti di chi pedala.

Superato il minuscolo borgo, un altro sterrato apre le porte al Bosco di Cervalora (km 57,9): si torna fra i lecci, che qui sono particolarmente fitti, in un’area di circa 28 ettari dove prepotente torna il profumo del bosco, colorato in autunno da un tappeto di ciclamini. Questo è un altro residuo dell’antica Foresta di Lecce, che a iniziare dal Settecento cedette il passo alla coltivazione dell’ulivo.

Poco più avanti si incrocia Borgo Piave (km 59), villaggio rurale edificato negli anni ’30 dall’Opera Nazionale Combattenti, che sembra pronto a nuova vita. Si prende poi via Vecchia Frigole e si pedala verso Lecce, non senza aver attraversato un altro bel tratto di campagna su sentieri sterrati. Dopo il cavalcavia sulla tangenziale, si svolta a sinistra per imboccare una stradina secondaria asfaltata che taglia la campagna leccese nelle immediate vicinanze della città. I palazzi squadrati che si profilano a breve distanza indicano che ormai la natura di Lecce è alle spalle.

info tecniche

Percorso:
circuito, senza segnaletica

Punto di partenza/arrivo:
Lecce

Lunghezza:
km 69,9

Dislivello:
+233/-233

Strada:
asfalto (50 per cento) e sterrato (50 per cento)

Paesi interessati:
Lecce

Difficoltà: media

Bici consigliate:
Trekking, Gravel, Mountain Bike

Tempo di percorrenza:
5/6 ore

Itinerario proposto da:
salento.bike

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